Schiavi del Carisma: come gli influencer ci hanno rubato il pensiero
In un mondo dove il pensiero critico è stato sostituito dai filtri di Instagram, gli influencer decidono per noi cosa mangiare, come vestirci e persino cosa pensare. Ma chi sono davvero? E perché milioni di persone si lasciano guidare da chi non ha nulla da insegnare?
Viviamo in un’epoca in cui il pensiero critico è stato sostituito dal “mi piace”. In cui le decisioni personali – cosa mangiare, come vestirsi, come truccarsi, persino cosa pensare – vengono delegate a figure che, spesso, non hanno alcuna competenza, cultura o profondità. Li chiamiamo influencer, ma sarebbe più corretto definirli decisori surrogati di una società sempre più pigra nel pensare e sempre più affamata di modelli da imitare.
Molti di questi personaggi non sanno articolare un pensiero complesso, faticano a parlare correttamente la lingua che usano per comunicare, eppure dettano legge. Non perché abbiano qualcosa da dire, ma perché sanno come dirlo: con carisma, estetica, e una narrazione costruita ad arte. Il contenuto? Spesso nullo. Ma l’apparenza basta.
E il pubblico? Un esercito di follower che pende dalle loro labbra, che sbava davanti a ogni storia, che si identifica in vite patinate e irraggiungibili. Non si tratta solo di curiosità: è dipendenza. Una dipendenza dal trash, dall’invadenza, dalla sensazione di “esserci” anche quando si è solo spettatori passivi di un teatrino vuoto.
Nel frattempo, questi moderni idoli accumulano fama e ricchezza, spesso ridendo alle spalle di chi li segue. Ma la domanda più inquietante resta: perché funziona? Perché milioni di persone scelgono volontariamente di farsi guidare da chi non ha nulla da offrire, se non un filtro e una caption.
In un mondo iperconnesso, il pensiero critico è diventato un lusso. Le scelte quotidiane – dal cibo all’abbigliamento, dal trucco alle opinioni – vengono sempre più delegate a figure digitali che, spesso, non possiedono né competenze né cultura. Gli influencer non sono esperti: sono specchi deformanti che riflettono ciò che il pubblico vuole vedere, non ciò che dovrebbe sapere.
La riflessione è sostituita dalla reazione. Il tempo dell’analisi è stato divorato dallo scroll compulsivo. E così, milioni di persone smettono di pensare per iniziare a seguire.
La psicologia lo conferma: gli influencer attivano meccanismi di identificazione e aspirazione. I follower proiettano su di loro desideri e insicurezze, diventando dipendenti dalle loro scelte. Non si tratta solo di ammirazione: è sottomissione. Una sottomissione volontaria, che trasforma individui in repliche.
La massa non pensa: replica. Non decide: imita. E così, il libero arbitrio si dissolve in un mare di stories.
La domanda resta: perché funziona? Perché chi ha poco da dire diventa ricco e famoso? La risposta è brutale: perché il sistema premia la visibilità, non la verità. Gli algoritmi amplificano ciò che genera click, non ciò che stimola pensiero.
E così, mentre gli influencer si arricchiscono, i follower si impoveriscono. Culturalmente, emotivamente, intellettualmente.
Non si tratta di demonizzare tutti gli influencer. Alcuni hanno talento, visione, contenuti. Ma è urgente risvegliare la coscienza collettiva. Serve educazione al pensiero critico, alla lentezza, alla profondità.
Serve smettere di pendere dalle labbra di chi non ha nulla da insegnare. Serve tornare a essere persone, non seguaci. Perché solo chi pensa è davvero libero.
COGITO ERGO SUM ...
